mercoledì 2 aprile 2008

UN MESSAGGIO DI LIBERAZIONE

Il programma di Gesù - Il battesimo di Gesù

Un giorno Gesù lasciò sua madre, i suoi fratelli e la sua casa per andare al fiume Giordano e andò ad incontrare Giovanni detto il battista. Il Vangelo di Luca dichiara che i due erano cugini. Sul posto vi era molta gente che chiedeva consigli e pronta a farsi battezzare. Gesù conosce alcuni che sarebbero divenuti suoi amici ed apostoli. Gesù e Giovanni suo cugino devono aver parlato molto insieme e, dal modo in cui Gesù parlava di Dio e del tanto atteso Messia, Giovanni si era accorto che era molto più vicino a Dio di quanto non lo fosse lui personalmente. Ecco perché il giorno in cui Gesù chiese di essere battezzato lui voleva rifiutarsi.

Il libro di Luca narra che anche Gesù si fede battezzare e che lo Spirito Santo scese dal cielo come se fosse una colomba e che una voce dal cielo disse: Tu sei il mio Figlio che amo. Io ti ho mandato. (Luca 3:21-22)
Talvolta gli scrittori dei Vangeli usano un modo simbolico di rappresentare la presenza difficilmente descrivibile dell’intervento di Dio nella storia umana. Infatti, lo Spirito Santo viene descritto come se fosse una colomba, forse alludendo alla colomba che il patriarca Noé mandò fuori dall’arca e potrebbe simboleggiare la salvezza. In questo caso la colomba in questione è su Gesù e ha il medesimo significato: Dio perdona il genere umano attraverso il Signore Gesù, mentre la voce che enuncia che Gesù è il Figlio di Dio, potrebbe avere o scopo di far sapere che lo stesso Gesù è molto più di un semplice uomo, il Messia, cioè lo scelto da Dio per una missione grande.
L’annuncio di Gesù contiene un messaggio di liberazione dell’uomo in Lui, cioè in Cristo. L’enorme importanza di questo avvenimento risiede quindi, non solo nel fatto che esso riveste un grandissimo valore programmatico della missione di Gesù, ma anche perché si presenta come l’indicazione specifica delle linee basilari della salvezza che Gesù è venuto a proclamare.
Dal testo dell’apostolo Luca riscontriamo che essa viene configurata prevalentemente in tre linee: (1) portare la buona notizia ai poveri; (2) annunziare la liberazione ai prigionieri; (3) rimettere in libertà gli oppressi.
Si tratta di tre espressioni diverse, che in fondo in fondo si potrebbero ridurre ad una sola parola : "Salvezza", salvezza ai poveri, salvezza ai prigionieri e salvezza agli oppressi.
La parola ‘liberazione’, che turba il sonno di molti e sgomenta molti cristiani, specialmente quelli che vivono in paesi privilegiati, è un termine biblico esprimente, come si è detto, l’idea di salvezza. Il nome stesso di Gesù che cosa vuol dire se non colui che salva e libera? "Il Figliol dell’uomo – dice Gesù –è venuto a cercare e salvare ciò che era perito". (Luca 19:10)
Salvezza vuol dire dunque liberazione ed essere salvato vuol dire essere liberato da tutto ciò che ostacola, che opprime la vita delle persone. Ciò potrebbe riferirsi ad una malattia del corpo, come il corpo di quella donna che da trentotto anni era curva e Gesù la liberò o forse causa di una malattia dello spirito o dell’ignoranza, o invece dalla paura delle forze malvagie, oppure da tante forme di schiavitù.
Il Cristianesimo nella sua essenza è religione di liberazione. Nella Bibbia la parola libertà vuol dire liberazione, avendo una maggiore concretezza e precisione di quanto non abbia nel nostro odierno linguaggio, ad esempio liberazione dalla schiavitù d’Egitto, liberazione dalla schiavitù babilonese, liberazione dall’idolatria e così via.
Ora questo annuncio, quello che ha portato Gesù, risponde pienamente ad una vivissima aspirazione di gran parte degli uomini, in parola semplici una gran quantità di persone sogna di poter essere veramente liberi.
"Quando giunse la pienezza dei tempi, Iddio mandò il suo Figliolo, nato di donna, nato sotto la legge, per riscattare (cioè liberare) quelli che erano sotto la legge". (Galati 4:5)
Ai tempi di Gesù non vi era solo l’oppressione della legge, ma anche quella dovuta al dominio romano, quella dei ricchi e padroni sugli schiavi, oltre quella del male, della morte, del peccato che è alla radice di tutte le schiavitù. Molti aspiravano di essere liberati da un’esistenza pesante e difficile oltre che da una realtà infelice. E lo stesso grido dell’apostolo Paolo, l’apostolo delle nazioni che afferma nel suo libro scritto alla chiesa di Roma ciò con queste parole: "Misero me, uomo! Chi mi libererà da questo corpo di morte!" (Romani 7:24)
La risposta che i cristiani davano e che ancor oggi continuano a dare è: "Gesù è il salvatore, il liberatore!"
La salvezza evangelica significa riscatto, perdono, liberazione, riconciliazione, vittoria sulla morte per mezzo di Gesù Cristo ed essa riguarda l’uomo, perché l’evangelo è annuncio di liberazione dell’uomo, di tutto l’uomo. In ciò la grandezza, la bellezza ed il fascino del messaggio di Gesù.

A CHI E’ RIVOLTO QUESTO ANNUNCIO?
Il testo risponde: ai poveri, ai prigionieri, agli oppressi. L’annuncio dell’evangelo ai poveri, oltre ad essere un segno della messianità di Gesù (ricordiamo la risposta che Egli dette ai messaggi di Giovanni il battista ) fu il tema centrale della sua predicazione. E’ vero che l’annuncio è preso dal libro di Isaia, ma esso si è realizzato in Gesù: "Oggi questa scrittura si è adempiuta." È a loro che Gesù annuncia la buona novella, il tempo della liberazione non e una realtà passata o futura, ma attuale: "Oggi si è adempiuta questa scrittura, e voi l’udite."
Questo è ‘ l’anno accettevole del Signore ‘. Il tempo di Gesù non era differente, sotto certi aspetti, dal tempo in cui noi viviamo. Anche allora, come oggi, vi erano i ricchi, come il ricco stolto, e vi erano poveri, come il cieco mendicante di Gerico; vi erano gli schiavi in gran quantità (pensate agli iloti dell’antica Grecia e agli schiavi di Roma), e vi erano gli oppressori come Erode. Vi erano quelli che vestivano di porpora e di bisso e mangiavano lucullamente, mentre vi erano quelli che non avevano neanche le briciole che cadevano dalle tavole opulenti.
Dio ha unto Gesù Cristo per recare s questi poveri la buona novella. Un Cristo povero e tra i poveri. La vera povertà di Gesù era solo quella che comunemente si crede; un posto per dormire lo trovava sempre e così una tavola per mangiare. L’evangelo ci dice di un gruppo di donne che assisteva Gesù e i suoi discepoli; la reale povertà di Gesù era il suo netto rifiuto al potere, fino all’annichilimento.
Questo annuncio Gesù lo rivolge alle folle, di cui aveva compassione, come pure agli individui singoli di tutti i livelli e classi sociali. Sono noti i suoi incontri con uomini e donne che vivevano sotto il perso della fatica e del dolore, della povertà e della disperazione, del peccato e del vuoto esistenziale, della povertà materiale e di quella spirituale. Sono famosi i suoi incontri con Nicodemo, con la samaritana, con il povero di Gerico, con il ricco Zaccheo, con il paralitico di Capernaum, con la peccatrice in casa di Simone il lebbroso, con il nato cieco e, perfino quando fu sulla croce si incontrò con un povero che liberò schiudendogli la via della salvezza.
A tutti questi uomini e donne predicò il perdono e il ravvedimento, la conversione e la nuova nascita, la pace e il regno di Dio, che è caratterizzato dall’amore e dalla giustizia.
A tutti questi poveri diseredati ed oppressi, Gesù si poteva presentare come il Povero per eccellenza, come l’Iddio povero, con un vero certificato di povertà. Questo potrebbe significare che solo i poveri, quelli che non hanno prestigio o potere, né oro né argento possono recare ai poveri di sempre ed anche dei tempi odierni, nel senso più ampio della parola l’annuncio della liberazione ed essere creduti.
La verità è questa che oggi bisogna riscoprire questo valore della povertà che nel medio evo abbracciarono quelli che furono chiamati "eretici" dalla chiesa stradominante in quel tempo, e perciò essi riuscirono in varie parti d’Italia, nonostante il dominio papale dominante come non mai nella sua storia, e creare movimenti di massa di tipo evangelico, ottenendo grande credibilità. Oggi questa credibilità è quasi zero o sotto zero. Solo facendosi povera la Chiesa potrà acquistare attendibilità e la testimonianza dei cristiani essere recepita.
Perché oggi la testimonianza vacilla ? Perché spesso è vuota di concretezza e di coerenza. Oggi molti discutono molto, anzi moltissimo di problemi sociali, di oppressione e di violenza, ma poi, quando si tratta di fare un sacrificio personale sono sempre stranamente assenti. Parlano di disoccupazione, ma si affannano per avere tutti in famiglia (marito, moglie e figli) un lavoro ben retribuito, anche se così facendo impediscono ad altri di lavorare. Si scandalizzano del fatto che molti vivono ancora nelle baracche, ma essi vivono in appartamenti lussuosamente arredati. Condannano la civiltà dei consumi, ma non sanno mai rinunciare a nulla, evitando di farsi mancare fin l’ultima cosa nuova in casa (giochi per i figli, permettendosi due, tre o più televisori, l’ultima novità in fatto di elettrodomestici, ed altro) non rinunciano a nulla, neppure al superfluo in favore di chi non ha niente.
Non si tratta solo di recare la testimonianza, ma principalmente da chi essa viene annunciata.
Una testimonianza vera ed un impegno vero delle comunità cristiane verso gli oppressi ed emarginati esigono una incondizionata identificazione con loro. E se la Chiesa o le chiese intendono richiamarsi al Signore, devono identificarsi con i poveri di questo mondo, qualsiasi messaggio che non sia riferito a questa realtà corre certamente il rischio di non essere un messaggio veramente cristiano.
IMPEGNO E TESTIMONIANZA
Eccoci dunque alla testimonianza e all’impegno delle chiese. Quello che Gesù Cristo annunciò allora è quello che oggi le chiese sono chiamate ad annunciare: la liberazione dell’uomo in Cristo.
A questa testimonianza e a questo impegno siamo chiamati tutti noi e le chiese che rappresentiamo. Poniamo attenzione al tema sulla liberazione dell’uomo in Cristo e non poniamo attenzione su noi altrimenti potremmo correre il pericolo di far divenire Gesù oggetto di scherno e derisione.
L’apostolo Paolo, anche lui era un povero ed oppresso per sua scelta, poiché come ben sappiamo prima era dottore della legge e benestante, occupando cariche politiche di prestigio.
Da dire, comunque, che gli oppressi non sono solo i poveri materialmente e socialmente parlando, ma poveri ed oppressi sono tutti coloro che sono schiavi del peccato e, poiché schiavi del peccato lo sono tutti, Dio ha inclusi tutti nella disubbidienza, senza distinzione di classe. "Tutti hanno peccato." (Roamni 3:23)
Su questo punto non vi è questione di classicismo o interclassismo. La realtà vera è che tutti gli uomini, poveri e ricchi, proletari e borghesi, hanno bisogno di essere liberati, perché sono tutti poveri, prigionieri e oppressi.
Gesù Cristo per rendere effettiva la liberazione ha dovuto accettare la croce. E’ solo con questa che avviene realmente la liberazione. "Ma ringraziato sia Iddio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore" " dice l’apostolo Paolo (Romani 7:24) e, "che mi ha amato e dato se stesso per me". (Galati 2:20).
Non è lo spostarsi dalla croce su un piano umano che si potrà avere una liberazione corporea, la liberazione fisica è liberazione per alcuni ma diverrà schiavitù per altri. In questo maniera non si avrà una liberazione cristiana, cioè una liberazione dell’uomo in Cristo. E’ solo nella croce (in ciò che essa rappresenta) che il peccato dell’uomo è stato espiato. Ed è stato pagato con un al gissimo prezzo: con il sangue di Gesù. In essa le potenze malvagie sono state sconfitte come in essa si è realizzato il perdono da parte dell’Iddio d’amore verso l’uomo ribelle, lontano da Dio e oppresso da mille schiavitù, (denaro, piaceri della vita, gloria, successo….) Nella croce l’uomo è stato riconciliato a Dio, come figlio amato dall’Iddio che salva, che perdona e che libera. "Se il Figliolo vi farà liberi, voi sarete veramente liberi". (Giovanni 8:36)
A conclusione sorge la domanda rivolta ad ognuno di noi: Se la liberazione avviene solo accettando la croce e ciò che essa simboleggia come ci comporteremo? Le proprie azioni e scelte dimostreranno se si intende esaltare il nome di Dio dandogli la gloria che merita, oppure dare la soddisfazione al malvagio di aver reso inutile il sacrificio del nostro Signore Gesù Cristo.
A ognuno di voi la risposta. Amen.
Sebastiani Raffaele

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